27 Mag Dentro la Carbon Footprint di un’Organizzazione
Il metodo che misura l’impatto climatico delle aziende
Ogni organizzazione genera emissioni di gas serra, i cosiddetti GHG (dall’inglese Greenhouse Gases), responsabili del cambiamento climatico. Dall’energia utilizzata negli uffici ai processi produttivi, dalla logistica ai fornitori, ogni attività contribuisce a generare un impatto sul clima spesso più esteso e ramificato di quanto sia immediatamente visibile.
Misurare queste emissioni significa non soltanto redigere un inventario di informazioni ambientali, ma soprattutto comprendere il funzionamento della propria organizzazione nel contesto climatico, individuare le aree più critiche ed elaborare strategie concrete per ridurre i propri impatti.
È proprio da questa esigenza che nasce la Carbon Footprint di Organizzazione (CFO), uno strumento che permette di quantificare le emissioni di gas serra associate alle attività aziendali lungo l’intera catena del valore, dall’estrazione delle materie prime alla produzione, fino al cosiddetto fine vita, attraverso una prospettiva sistemica ispirata al Life Cycle Thinking e alle metodologie di Life Cycle Assessment (LCA).
Il linguaggio internazionale delle emissioni
Negli ultimi anni, la misurazione delle emissioni è diventata centrale nelle rendicontazioni ambientali ESG (Environmental, Social and Governance) e nei programmi di riduzione delle emissioni.
A definire i principali riferimenti metodologici sono soprattutto due strumenti:
- la norma UNI EN ISO 14064-1:2018, pubblicata dall’International Organization for Standardization (ISO);
- il GHG Protocol, sviluppato dal World Resources Institute (WRI) e dal World Business Council for Sustainable Development (WBCSD).
Il GHG Protocol rappresenta oggi lo standard più diffuso a livello globale per la contabilizzazione delle emissioni aziendali e per la classificazione delle emissioni dirette (Scope 1) e indirette (Scope 2 e Scope 3).
La ISO 14064-1 fornisce invece linee guida per la progettazione, gestione, rendicontazione e verifica degli inventari GHG aziendali, risultando spesso integrata nei sistemi di gestione ambientale conformi alla ISO 14001. Anche in questo caso le emissioni vengono suddivise in emissioni dirette (Categoria 1) e indirette (Categorie dalla 2 alla 4).
Pur adottando una struttura formale differente, i due standard condividono quindi la stessa logica metodologica. La ISO 14064-1 organizza infatti le emissioni secondo categorie concettualmente speculari agli Scope del GHG Protocol, mantenendo un approccio sostanzialmente allineato nella quantificazione e nella rendicontazione delle emissioni di gas serra a livello organizzativo.
Entrambi gli strumenti condividono quindi lo stesso obiettivo: definire criteri chiari e trasparenti per quantificare, gestire e rendicontare le emissioni di gas serra a livello organizzativo.
Le emissioni dirette e indirette
Sia il GHG Protocol sia la ISO 14064-1 distinguono le emissioni di gas serra in emissioni dirette e indirette, adottando classificazioni differenti ma concettualmente equivalenti.
Nel GHG Protocol le emissioni vengono suddivise in ambiti o “scope”, mentre la ISO 14064-1 utilizza un sistema basato su categorie:
- Scope 1 / Categoria 1 – Emissioni dirette.
Sono le emissioni generate direttamente dall’organizzazione, ad esempio attraverso impianti produttivi, caldaie o veicoli aziendali. - Scope 2 / Categoria 2 – Emissioni indirette da energia acquistata.
Riguardano l’energia acquistata e consumata, come elettricità, calore, vapore o raffrescamento. - Scope 3 / Categorie 3-6 della ISO 14064-1 – Emissioni indirette lungo la catena del valore.
Comprendono le emissioni generate a monte e a valle della catena, come acquisti, trasporti, rifiuti, viaggi di lavoro, utilizzo e fine vita dei prodotti.
Proprio lo Scope 3 rappresenta oggi per molte aziende una delle sfide più complesse. La raccolta dei dati, il coinvolgimento dei fornitori e la difficoltà nel tracciare le emissioni lungo la filiera rendono questa categoria particolarmente critica.
Ciononostante, è proprio qui che, in diversi settori, si concentra la quota maggiore dell’impatto climatico.
Fonte: Greenhouse Gas Protocol Team. (2011). Corporate Value Chain (Scope 3) Accounting and Reporting Standard. World Resources Institute and World Business Council for Sustainable Development.
Confini organizzativi e responsabilità
Uno degli aspetti più importanti nella costruzione di una Carbon Footprint riguarda la definizione dei cosiddetti confini organizzativi. Secondo la ISO 14064-1 e il GHG Protocol, infatti, un’organizzazione deve stabilire quali entità, siti produttivi, attività o società partecipate includere all’interno dell’inventario delle emissioni, definendo così il perimetro rispetto al quale verranno quantificati e rendicontati i gas serra associati alle proprie attività.
I principali approcci previsti dagli standard internazionali sono due:
- Equity Share, secondo cui le emissioni vengono attribuite in funzione della quota di partecipazione economica detenuta nell’entità;
- Controllo Operativo, secondo cui vengono invece rendicontate tutte le emissioni associate alle attività sulle quali l’organizzazione esercita un controllo operativo effettivo, indipendentemente dalla quota di proprietà.
La scelta dell’approccio non modifica le emissioni fisicamente generate dal sistema organizzativo, ma determina il modo in cui la responsabilità delle emissioni viene attribuita e rappresentata all’interno della rendicontazione climatica dell’organizzazione.
Perché la Carbon Footprint è così importante?
Senza una misurazione strutturata delle emissioni, il rischio è quello di costruire una visione soltanto parziale del proprio impatto climatico, concentrandosi sugli aspetti più visibili e trascurando sorgenti emissive rilevanti. La Carbon Footprint permette invece di identificare in modo esaustivo le fonti di emissioni e di costruire un solido inventario verificabile, costituente oggi la base imprescindibile per:
- migliorare trasparenza e credibilità aziendale in un’ottica ESG;
- redigere un bilancio di sostenibilità conforme agli standard europei quali CSRD e VSME;
- definire obiettivi di riduzione e supportare strategie di decarbonizzazione.
In un contesto sempre più attento al rischio di greenwashing, disporre di dati ambientali verificabili e metodologicamente robusti sta diventando un elemento sempre più strategico per le organizzazioni, non soltanto ai fini della conformità normativa, ma anche per rispondere alle richieste di clienti, investitori, istituti finanziari e stakeholder sempre più orientati verso criteri ESG e percorsi di transizione climatica misurabili e trasparenti.
Quanto conosciamo davvero l’impatto climatico delle nostre organizzazioni?
Questo articolo è stato scritto da Luis Alessandro Guariento, Consulente per la Sostenibilità e Sistemi di Gestione di ISO Engineering.
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