Il linguaggio della parità: evoluzione normativa e cultura del rispetto nei luoghi di lavoro

Oltre la forma: la comunicazione inclusiva come pilastro del benessere organizzativo e della compliance

In azienda si parla spesso di processi, obiettivi e performance. Più raramente ci si ferma a riflettere su uno strumento che attraversa ogni attività quotidiana: il linguaggio. Eppure, le parole che utilizziamo non sono mai neutrali. Non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono attivamente a costruirla, influenzando il clima interno, le relazioni e la percezione dei ruoli.

È da questa consapevolezza che nasce il concetto di “linguaggio della parità”: un approccio alla comunicazione che mira a rappresentare tutte le persone, evitando esclusioni implicite, stereotipi o semplificazioni.

Perché il linguaggio conta: tra dignità e sicurezza

Una delle convinzioni più diffuse è che il linguaggio sia solo “forma”. In realtà, la comunicazione incide direttamente sulla dignità, sulla percezione del ruolo e sul senso di appartenenza. Un linguaggio non inclusivo può alimentare barriere invisibili e consolidare dinamiche di potere asimmetriche.

Questo tema ha oggi un rilievo che va oltre la sensibilità individuale, entrando nel campo della compliance aziendale. Il recente recepimento della Convenzione OIL n. 190 e le integrazioni al D.Lgs. 81/2008 evidenziano come la prevenzione di molestie e violenze (anche verbali) sia parte integrante della tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Un linguaggio inappropriato o riduttivo può infatti configurarsi come una forma di molestia psicologica, rientrando a pieno titolo tra i rischi di natura psicosociale da monitorare nel DVR.

Il quadro normativo: la UNI/PdR 125:2022

A sostegno di questo cambiamento esiste un quadro tecnico sempre più definito. Un ruolo centrale è svolto dalla UNI/PdR 125:2022, la prassi di riferimento per i sistemi di gestione per la parità di genere.

Questa norma non si limita a valutare dati numerici, ma pone un accento specifico sulla comunicazione. Il linguaggio diventa così un indicatore di performance (KPI) misurabile: le organizzazioni sono chiamate ad adottare stili comunicativi che valorizzino la presenza femminile in ogni livello gerarchico e scardinino gli stereotipi.

I limiti (reali) e le sfide della lingua italiana

L’adozione di un linguaggio inclusivo in Italia si scontra con una difficoltà concreta: la nostra lingua non prevede un genere neutro e ha radicato l’uso del maschile universale (“i manager”, “i tecnici”).

Molte professioni al femminile esistono già linguisticamente, ma vengono percepite come “strane”. Termini come “ingegnera” o “sindaca” generano spesso resistenze più per abitudine che per errore grammaticale. Tuttavia, ciò che oggi suona insolito è spesso solo poco usato: il cambiamento linguistico procede per gradi e ciò che inizialmente crea attrito, col tempo diventa norma.

Strategie operative: la formula UNI per l’accessibilità

Parlare in modo inclusivo non significa complicare la comunicazione o aderire a mode passeggere. Significa rendere i testi chiari, rispettosi e accessibili. Ecco alcune misure pratiche per la documentazione aziendale (E-mail, Modulistica, Policy):

  1. Sdoppiamento o termini collettivi: preferire “il personale” a “i dipendenti”, o esplicitare entrambi i generi (“le collaboratrici e i collaboratori”).
  2. Ordine di precedenza: è consigliabile alternare l’ordine dei generi o inserire il femminile per primo laddove la presenza delle donne è storicamente minore (es. “Le operaie e gli operai”).
  3. Declinazione professionale: utilizzare i titoli corretti per dare visibilità ai ruoli ricoperti (es. la responsabile).
  4. Forme neutre: usare “le persone interessate” invece di “gli interessati”. Le linee guida suggeriscono di privilegiare queste forme per esteso o l’oscuramento del genere piuttosto che simboli come asterischi o schwa, poiché questi ultimi possono ostacolare la lettura da parte di persone con disabilità visiva.
  5. Coerenza visiva: diversificare i protagonisti delle immagini aziendali, rompendo i binomi classici (es. donna manager, uomo casalingo) ed evitando cliché e l’uso stereotipato dei colori. Il linguaggio visivo comunica quanto quello scritto.

 

Le eccezioni fondamentali: quando il genere è necessario

Il linguaggio neutrale va usato il più possibile, ma con consapevolezza del contesto:

  • Citazioni originali: i riferimenti a leggi, decreti o testi storici devono essere riportati fedelmente senza modifiche.
  • Persone fisiche: se ci si riferisce a una persona specifica di cui si conosce il genere, è corretto e adeguato usare il genere maschile o femminile.

 

Un cambiamento graduale e strategico

Il linguaggio inclusivo non è una soluzione immediata, ma un percorso progressivo. Non si tratta di raggiungere la perfezione dall’oggi al domani, ma di avviare un processo di aggiornamento continuo che coinvolga la Direzione e tutto il personale.

Il linguaggio riguarda tutte le aziende perché incide su:

  • Clima interno ed engagement: le persone lavorano meglio dove si sentono rappresentate.
  • Reputazione e Brand: in un mercato attento ai valori, il modo di comunicare è un segnale potente.
  • Riduzione dei rischi: previene contenziosi e segnalazioni per discriminazione.

 

Conclusione: una domanda aperta

La promozione di un linguaggio di parità è un elemento strategico che incide sul valore del capitale umano. Trasformare la consapevolezza linguistica in un’opportunità di crescita rimane l’obiettivo di ogni organizzazione moderna e responsabile.

La vera domanda per ogni azienda è: il modo in cui comunichiamo rappresenta davvero tutte le persone che fanno parte della nostra realtà? Se la risposta non è immediata, è il segnale che vale la pena iniziare questo percorso. Perché le parole fanno molto più che descrivere: costruiscono il contesto in cui le persone collaborano e si riconoscono.

Questo articolo di approfondimento è stato scritto da Eva Pavanello, Consulente Sistemi di Gestione e Sicurezza sul Lavoro.

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